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lunedì 16 novembre 2009

Taleb: effetto crisi, l’inflazione ripartirà

Intervista a Nassim Nicholas Taleb, protagonista del Discorso Bruno Leoni: Il cigno nero indica eventi assolutamente inimmaginabili e con conseguenze estreme. Qui, invece, tutto era più che prevedibile.

di Giancarlo Radice

L’economia europea che torna a crescere? Le Borse internazionali che da marzo a oggi hanno recuperato il 60%, in certi casi il 100%? A queste domande Nassim Nicholas Taleb risponde con una risata: «Altro che uscita dalla crisi — taglia corto —. In realtà la crisi è soltanto all’inizio».
E se gli si chiede come mai molti grandi banchieri d’investimento usano la sua teoria del «cigno nero» per spiegare quanto è accaduto, allora lui raddoppia la risata: «Il cigno nero indica eventi assolutamente inimmaginabili e con conseguenze estreme — dice —. Qui, invece, tutto era più che prevedibile. È come se un autista di bus si mettesse una banda nera sugli occhi e continuasse a guidare senza poter vedere la strada. È ovvio che prima o poi provoca un incidente. Così hanno fatto i capi di banche d’affari, di hedge fund, di private equity. Con governi, authority, organismi di controllo che hanno chiuso entrambi gli occhi». Proprio «Il cigno nero» (in originale « The black swan: the impact of the highly improbable ») è il titolo del suo libro più famoso, con oltre due milioni di copie vendute e traduzione in 31 lingue. Ma c’è anche un altro testo, «Fooled by randomness », che gli ha dato grande fama. Fino al 2004 Taleb ha vissuto da protagonista nel mondo della finanza, compresi i prodotti derivati oggi sotto accusa, con ruoli di primo piano in Ubs, Crédit Suisse First Boston, Bankers Trust. Ora è docente all’istituto politecnico della New York University e alla business school della Oxford University. Ed è uno degli studiosi più ascoltati dalla comunità economico-finanziaria internazionale. In questi giorni si trova a Milano, dove domani a Palazzo Visconti (ore 18) parlerà di «Come vivere in un mondo che non comprendiamo» in una conferenza organizzata dall’Istituto Bruno Leoni. Non andrà invece al World Economic Forum di Davos, dove lo scorso gennaio era stato accolto come una rock star: «Ci sono stato solo una volta — dice — e non ho più voglia di sentire tutte quelle inutili chiacchiere » .


Professor Taleb, il rally delle Borse in questi mesi è un indice di ritrovata fiducia o il sintomo di una nuova bolla?
«Si ricorda di Jerôme Kerviel, il trader di Société Générale che ha mandato in fumo in un solo colpo 5 miliardi di dollari? Quel giorno le Borse sono crollate di oltre il 10%. Meglio insomma non fare molto affidamento su quanto succede sui mercati azionari».

Dopo il crac di Lehman Brothers tutti hanno detto che niente sarebbe più stato come prima, che la finanza mondiale sarebbe cambiata. Vede segni di mutamento?
«Nessuno. I super-bonus, i rischi azzardati, i derivati: tutto come prima. Ma rispetto a un anno fa solo in America sei milioni di persone hanno perso il lavoro».

Le indicazioni del Financial Stability Board, così come i progetti per riformare il sistema finanziario e accrescere i poteri delle authority di controllo porteranno maggiore stabilità?
«Io non ci credo».

Cosa dovrebbero fare i governi e le banche centrali?
«Nell’attuale situazione i governi non possono fare altro che continuare a stampare denaro. E la conseguenza sarà l’iper-inflazione».

Un problema serio.
«Molto serio».

Finirà mai l’era delle banche e delle aziende «too big to fail», troppo grandi perché i governi possano lasciarle fallire?
«Per riportare realismo nel sistema ci vorrebbero azioni estremamente aggressive per ridimensionare le grandi banche. Ma non vedo in giro niente di tutto questo».

Perché dice che la crisi è soltanto all’inizio?
«Questa non è una recessione come le precedenti. Altri milioni di posti di lavoro svaniranno. La gente consumerà meno. Per misurare i costi della crisi dovremo calcolare l’intero ammontare delle mancate spese da parte delle persone, in America come nel resto del mondo».

Insomma, non crede proprio a una ripresa dell’economia?
«Per ora sono solo illusioni. Per poter parlare di ripresa andrebbe prima ripulito l’intero sistema, innanzitutto attraverso la totale conversione dei debiti in capitale. La fine della crisi arriverà solo quando il rapporto fra debito e prodotto interno lordo tornerà quello degli anni ’80, soprattutto negli Usa. E parlo di debiti delle persone come delle imprese. Ma in ogni caso, livelli di consumo come abbiamo visto in questi anni non sono affatto sostenibili».

Va rivisto anche il concetto di globalizzazione?
«Va innanzitutto ridimensionato. E trovo davvero bizzarro il fatto che i governi parlino di ‘free trade’ e di ‘free banking’ e poi corrano a salvare con denaro pubblico le grandi banche e aziende a rischio di fallire. Qualche giorno fa parlavo con l’amministratore delegato di PepsiCo e lui mi diceva di quanto è necessaria la collaborazione fra il governo e la sua azienda. È una logica perversa. I governi devono semmai dialogare con le piccole imprese, non con le grandi. Quelle possono badare a se stesse, hanno più poteri degli stessi governi. E se devono fallire, che falliscano».


(Da Il Corriere della Sera, 15 novembre 2009)

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